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stress traslocoArticolo di Tamara Mesemi* e Antonio Floriani**

Il trasloco è la terza causa di stress psicologico tra i life-event  traumatici per la persona. Infatti la letteratura scientifica parla di indebolimento psicofisico della persona e di disorientamento esistenziale (Selye, 1984).

Ma proviamo a comprendere le ragioni di tale assunto, considerando che ogni evento della vita, anche il più traumatico, può rappresentare un’opportunità per il cambiamento.

Partendo dal significato letterale della parola “tras-loco” significa “locarsi altrove”, porre la propria collocazione residenziale in un luogo diverso. Ciò comporta inevitabilmente la necessità di elaborare la perdita del luogo che, negli anni precedenti, aveva connotato la propria identità, aveva concorso a creare quei riferimenti che potremmo definire “i punti cardinali della bussola esistenziale”.

Gli psicoanalisti parlano di elaborazione di una perdita per la quale si provano sensazioni di angoscia, vuoto e smarrimento tipiche di momenti esistenziali particolarmente difficili. Questi sentimenti sono inoltre amplificati da altri vissuti, quali la rabbia e il senso di colpa che fanno capolino come conseguenza della necessità (la persona deve traslocare per motivi inderogabili, non sempre da lui voluti) o della intenzionalità (la persona vuole traslocare e magari ha progettato il trasloco da tempo ma, nel momento in cui affronta l’evento, la fatica e la confusione causano sentimenti di colpa per sé e per la propria famiglia).

Risulta chiaro come questo avvenimento, di per sé foriero di novità e di opportunità, può trasformarsi in un life-event altamente stressogeno e, in alcuni casi, può anche determinare una sofferenza psicologica con evidenze cliniche, quali ansia e stati depressivi.

È altresì vero che il trasloco è un compito di sviluppo, inteso come un momento che caratterizza il ciclo di vita, impegnando sì sul piano della riconfigurazione identitaria ma apportando un cambiamento evolutivo e aiutando la persona a rinnovarsi e, dopo un primo momento di disorientamento, a ritrovarsi con più consapevolezza delle proprie risorse e della propria posizione rinnovata nella vita.

In sintesi “traslocare” non definisce solo il trasferirsi fisicamente in un’altra abitazione bensì significa, sul piano psicologico, accettare di rinunciare alla vita precedente, in modo più o meno consapevole, per intraprendere un nuovo percorso di vita per sé e per i propri cari. In tale processo è chiaro come la persona attraversi un periodo di sovraccarico emotivo che richiede necessariamente un impiego massiccio di competenze psicologiche, quali la capacità di coping (ovvero la capacità di far fronte ai problemi e di risolverli) e maggiori energie per tollerare la fatica e la frustrazione.  


Trasloco e famiglia

E’ importante porre qualche riflessione sulle ripercussioni del trasloco sul sistema famiglia.

Partendo dalla premessa che il trasloco rappresenta un compito di sviluppo personale e familiare, occorre considerare come i diversi membri della famiglia possono vivere questa esperienza nel bene e nel male.

Per la coppia: il trasloco assorbe energie psicofisiche, portando via inevitabilmente tempo e compromettendo la qualità di vita della coppia. In questo senso la coppia può risentirne, perdendo di vista la propria dimensione di intimità affettiva e di relazionalità anche esterna. Risulta importante, dunque, cercare di ritagliare del tempo per fare insieme attività non necessariamente legate al trasloco, in modo che la persona abbia la consapevolezza che la vita di coppia è solo ridotta e non in empasse.

Per i figli: la discussione sugli effetti che il trasloco produce sui figli è ampia in quanto le variabili in gioco sono molte. In primis l’età e il temperamento dei figli influenzano notevolmente i vissuti che questi ultimi possono provare nell’affrontare il trasferimento.

I bambini molto piccoli soffrono maggiormente la perdita dei punti di riferimento anche oggettivi, quali la propria cameretta, i propri oggetti, i propri giocattoli, in quanto essi rappresentano il loro mondo e le loro sicurezze. Diviene importante, per gli adulti di riferimento, non sottovalutare questi aspetti e tener conto, per esempio quando si decide di eliminare degli oggetti (cosa molto frequente quando si trasloca, perché da una parte si asseconda il desiderio di rinnovamento e dall’altra si ha la speranza di accelerare le operazioni di trasloco) la valenza affettiva che questi hanno per i figli.

Per i figli in età di latenza (età della scuola primaria) il trasferimento risulta meno gravoso sul piano psicologico in quanto la progressiva apertura agli ambienti extrafamiliari e il naturale entusiasmo che l’accompagna, la relazione con i coetanei, la pacatezza emotiva che caratterizza questa particolare fase evolutiva, fanno in modo che l’impatto dell’evento trasloco sia meno traumatico.

Per i figli adolescenti la situazione diventa più complessa in quanto l’adolescente è già impegnato a ristabilire con se stesso e con gli altri, soprattutto con la sua famiglia, quell’equilibrio e quell’armonia messi a dura prova dall’ambivalenza e dalla conflittualità dell’età. In questa fase evolutiva il trasloco potrebbe essere vissuto con maggiore senso di instabilità e determinare paure immotivate rispetto al cambiamento. Peraltro, il senso di precarietà emotiva tipico dell’adolescenza, può esacerbarsi a causa dell’oggettiva confusione ed instabilità che sono inevitabilmente collegate al cambio di abitazione. Inoltre il ragazzo adolescente deve anche tollerare di lasciar andare definitivamente l’infanzia per costruire un’identità nuova, la sua, quella che caratterizzerà la vita da adulto. In tal senso, lasciar andare i luoghi, gli ambienti, gli oggetti che hanno contrassegnato alcune sue tappe infantili può acuire il disagio.

Per le persone anziane o malate e per le persone con disabilità i vissuti possono essere analoghi. Gli anziani traslocano spesso malvolentieri in quanto lasciare la casa dove hanno trascorso tanti anni della vita significa per loro “abbandonare” le proprie cose, la propria vita passata, provare la sensazione che il tempo passato non tornerà più e che ci si traguarda verso una fase della vita appunto senile. Possono subentrare sentimenti di solitudine, di abbandono, di colpa e l’anziano, esattamente come il bambino molto piccolo, può perdere improvvisamente i suoi riferimenti di vita, con la differenza che l’anziano potrebbe provare la sensazione dolorosa di non aver più sufficiente tempo per ritrovarli.

Anche le persone malate o portatrici di una qualsiasi disabilità, sia fisica sia psichica, possono vivere il trasloco con sentimenti di perdita importanti, dato che la disabilità stessa obbliga la persona ad organizzare la propria vita in modo molto preciso, talvolta anche eccessivamente. Il trasloco, in questo caso, interferisce drasticamente e repentinamente con tale organizzazione, comportando un dispendio di energie psicofisiche sia per il portatore di handicap, sia per chi, a qualsiasi titolo, lo sostiene.

Non vanno infine dimenticati tra coloro che possono andare incontro a forte disagio per il trasloco, i nostri amici a quattro zampe (cani e gatti, ma anche pesci, volatili, conigli e striscianti) nonché le piante verdi. Il cambio dell’habitat (esposizione alla luce, livello di inquinamento atmosferico ed acustico e ogni elemento caratterizzante l’ambiente domestico) in cui sono vissuti animali e piante per molto tempo può determinare, se ignorato, notevoli ripercussioni sulla loro salute.

Fattori di rischio

Guardiamo, dunque, più da vicino, quelli che rappresentano i fattori di rischio nell’affrontare un trasloco, ossia quelle variabili che possono affaticare ulteriormente la persona e rendere più difficile il compito di sviluppo. I fattori di rischio possono essere di tipo contingente, cioè legati allo status quo della persona che si appresta a fare il trasloco e alle variabili cosiddette situazionali, oppure di tipo personale, ossia connesse agli assetti familiari e alle dinamiche interindividuali che caratterizzano la vita del traslocante e della sua famiglia.

Alcuni fattori di rischio sono:

  • il traslocante è mosso al trasferimento da motivazioni estrinseche, quali ad esempio le necessità di lavoro, i problemi familiari, i problemi socio-economici, etc. Tali motivazioni non vengono vissute come scelte autonome ma come vincoli pesanti sul piano emotivo;
  • la pre-esistenza di patologie psichiatriche o di sofferenze psicologiche nel traslocante o in altri membri della famiglia;
  • le situazioni di conflittualità familiare o le relazioni difficili all’interno della famiglia;
  • la presenza in famiglia di persone diversamente abili, anziani, persone malate, bambini molto piccoli, figli adolescenti;
  • l’assenza di aiuti esterni, familiari e non, sia pratici sia emotivi;
  • la situazione economica disagiata, che comporta l’impossibilità di rivolgersi a personale qualificato (ditte di trasloco);
  • la difficoltà di gestione del tempo da dedicare al trasferimento, come ad esempio nel caso di compravendite immobiliari che possono richiedere, talvolta, più di un trasloco in un breve arco di tempo; oppure nel caso di tempi ampi di definizione delle trattative; o ancora nel caso di poco tempo oggettivo da dedicare alle operazioni di trasloco. Questi motivi determinano una maggiore difficoltà nell’organizzazione del trasferimento proprio perché il tempo non è prevedibile e definibile;
  • la necessità di trasferimenti “a lunga distanza”, ossia il traslocare in contesti completamente nuovi, addirittura con distanze geografiche ampie, per cui le persone coinvolte hanno la sensazione (e dunque la preoccupazione!) di “dover ricominciare tutto daccapo”.

 

Fattori protettivi

Ogni situazione, anche la più difficile e apparentemente insormontabile, può essere favorita da fattori che aiutano la persona a fronteggiarla.

Anche gli effetti di fatica e sofferenza conseguenti al trasloco, dunque, possono essere attenuati da fattori protettivi quali:

  • il traslocante è mosso al trasferimento da motivazioni intrinseche, ossia da scelte personali consapevoli, autonome e condivise con la famiglia;
  • il contesto presente permette di organizzare il trasferimento in base alle proprie esigenze in termini di gestione del tempo, del carico di lavoro, della “preparazione emotiva” al cambiamento;
  • l’aspetto economico non interferisce con la possibilità di avvalersi di aiuti qualificati;
  • la situazione presente permette un’adeguata organizzazione dei tempi e delle fasi del trasloco;
  • il trasloco, in tutte le sue fasi, viene vissuto dalle persone  coinvolte come momento di rinnovamento; questo aspetto, sicuramente più legato alla dimensione psicologica individuale e familiare, comporta lo spostamento dell’attenzione emotiva dagli aspetti negativi a quelli maggiormente favorevoli;
  • il traslocante ha la sicurezza di non essere solo ad affrontare il trasferimento, sia sul piano pratico, sia su quello emotivo.

Dopo questa disamina degli aspetti che contraddistinguono l’evento trasloco, si può concludere prospettando alcuni suggerimenti che possono rendere il momento meno gravoso, premettendo che risulta difficile pensare a delle “istruzioni per l’uso”, dal momento che le persone affrontano il cambiamento di abitazione in modo diverso a seconda delle proprie caratteristiche e del contesto al quale appartengono.

Dunque, per prepararsi al meglio al trasloco può essere utile:

  • prevedere con anticipo eventuali contrattempi, pur nella consapevolezza e nell’accettazione che sicuramente qualcosa potrà sfuggire al controllo. In tal senso potrebbe aiutare l’organizzare un goal setting (pianificazione e stesura degli obiettivi, dei tempi, delle risorse, etc.), con l’aiuto, se occorre, di una figura professionale delle relazioni di aiuto (psicologo, pedagogista, counselor, etc.);
  • rimanere soli il meno possibile: dedicare un po’ di tempo alle relazioni con gli amici per condividere gli aspetti emotivi e per trovare spazi di spensieratezza e di divertimento che “alleggeriscono” ed evitano il senso di isolamento;
  • gestire il carico di lavoro: accettare che ogni attività prevede dei tempi e che forzarli sarebbe controproducente;
  • dedicarsi a se stessi: esattamente come per la dimensione socio-relazionale, è importante trovare tempo ed energie per attività individuali piacevoli che permettano alla persona di recuperare risorse psicofisiche;
  •  immaginarsi nella futura casa: le tecniche immaginative e di rilassamento possono aiutare la mente a vedersi nel futuro migliore, in un momento in cui tutta l’attenzione emotiva della persona è ferma sul presente faticoso. Anche per queste attività può essere utile essere affiancati da uno psicologo specializzato;
  • chiedere      aiuto: diviene fondamentale chiedere e accettare gli aiuti esterni,      degli amici, dei parenti, delle persone che possono offrirlo. Su questo      punto è importante soffermarsi sulla rilevante utilità di affidarsi ad aiuti professionali specializzati (ditte di trasloco), assicurandosi che questi possano soddisfare le esigenze  specifiche del caso. La ditta di trasloco non offre solo una prestazione professionale ma si pone come elemento di supporto e di rassicurazione per la persona, alleggerendola da oneri troppo faticosi e “prendendosi cura” di tutti gli oggetti cari alla persona stessa.         

Concludendo, appare evidente l’importanza di interpretare queste considerazioni non come verità assolute ma come riflessioni per trovare valide alternative alla fatica del trasloco.

Il trasloco può essere classificato nei life-event che caratterizzano il ciclo di vita e può realmente divenire un compito di sviluppo non traumatico, il cui superamento apporta innovazione e rafforzamento dell’Io in termini di accrescimento del senso di autoefficacia e dunque di autostima. L’obiettivo di questo scritto è, dunque, evidenziare come l’individuo vive e affronta il trasferimento di abitazione a modo proprio, con le sue risorse e con le sue difficoltà, a seconda del contesto in cui è inserito e della propria personalità, ricordando tuttavia che alcune scelte e alcuni strumenti possono garantirne l’ottimo superamento.


*  Dott.ssa Tamara Mesemi, psicologa psicoterapeuta, Responsabile Area Clinica del Centro LiberaMente.

** Dott. Antonio Floriani, medico psicoterapeuta, Direttore del Centro LiberaMente.

Bibliografia

Selye H., 1984, The stress of life, McGraw-Hill

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